Antonello Calabrò - VEXILLA REGIS

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Antonello Calabrò

Vexilla e Visillanti

BREVI CONSIDERAZIONI SUL DIVERSO VALORE ASSUNTO DALLA "PAROLA"
NEL "VEXILLA REGIS" E NEL "U VENERDI Dl MARZU GLURIUSU"



Queste personali riflessioni che espliciterò , sperando si rivelino un utile spunto all'approfondimento, sono state, per così dire stimolate, da una acuta osservazione elaborata da un professore universitario, un antropologo di Messina il dr.Sarica alla fine di una nostra esibizione.
Il nostro acuto osservatore, che forse ascoltava per la prima volta insieme i due canti, alla fine,  ha tenuto ad evidenziare la profonda diversità esistente tra il "VexillaRegis" ed il "U' Venerdi di Marzu"; La differenza, sottolineata dal nostro antropologo, nasce dal diverso valore assunto dalla Parola  e dal differente contributo che la Parola dà nei due canti.
ln quello tradizionale, dialettale, la parola è intellegibile, chiara, univoca nei significati, tesa ad emozionare e commuovere chi ascolta.
Chi, di noi, infatti non ha provato e confesso che a distanza di anni, ancora io lo provo, un brivido di orrore nel sentire il finale: "fici trimari u cielo e la terra"
Si rimane pietrificati di fronte alla tragedia universale della MADRE impotente a cambiare la sorte del Figlio, incapace anche di mitigarne in qualche modo il destino.
A questa chiarezza di concetti, a questa tragica ma solare espressività, il VexillaRegis oppone l'annichilimento della Parola.
Questa, intesa come tale, nobile strumento per rendere intellegibili i concetti e trasferire i significati, si annulla, si dissolve.
Il testo latino, elaborato grosso modo circa un millennio prima della comparsa della variante cantata è  a mio parere, solo un pretesto.
Le parole di Venanzio Fortunato, apoteosi colta del Mistero della Croce, riservata a chi conosceva ed utilizzava il latino, cioè la classe dominante, scompaiono, si riducono ad un pretesto, una sorta di intelaiatura su cui si tesse l'ordito della NENIA CANTILENANTE.
E' proprio quest'ultima arabo-bizantina, a parlare al cuore, a stimolare l'udito a sconvolgere l'inconscio.
Il Pathos, evocato dalla tessitura dei cori su cui si innestano i richiami virtuosistici degli assolo, coinvolgono gli astanti, ad un punto tale, che ogni riflessione sul mistero, scandaloso della Passione, è superfluo.
Paradossalmente si potrebbe sostenere che il testo sia inutile. Basta la melodia ad affascinare, ad ipnotizzare.
Se qualcuno, un acutissimo osservatore come Sciascia, ha dichiarato che le feste religiose siciliane sono pura espressività dell' es collettivo, nel nostro caso si potrebbe quasi sostenere che il canto della Vexilla perfori, sconvolga, dissezioni l'inconscio collettivo, il nostro archetipo religioso di Yunghiana memoria.
Provate ad ascoltare, si trova in circolazione, una registrazione, che accompagna un filmato mirabilmente girato dal regista Stilo, della Vexilla, cantata dai nostri predecessori.
Ebbene loro,forse meno acculturati di noi; non si sforzavano, a differenza di quanto facciamo noi ed in ciò noi sbagliamo, a mio parere profondamente, di rendere chiaro il canto. Se provate ad ascoltare questa registrazione l'effetto è ancora più sconvolgente, l'impatto emotivo è dirompente.
Quindi la Parola cessa di esistere come vettore di concetti, ma assume il ruolo di pretesto per risvegliare emozioni sopite, renderle inarrestabili, annullando con la loro forza ogni riflessione logica.
Mi viene spontaneo, a questo punto, riflettere sul momento storico nel quale la tradizione del canto Vexilla compare.
Ciò avviene, prima per Pozzo di Gotto poi per Barcellona nella seconda metà del XVII secolo.
Questo canto accompagna l'esibizione dei Misteri della Passione.
Sono gli anni in cui irrompono nel profondo Sud dell'Italia gli effetti della controriforma tridentina favoriti anche dalla dominazione della Cattolicissima Spagna.
A volerci riflettere sopra i Padri Conciliari, elaborarono diverse strategie tese, mediante strumenti diversi, a porre un baluardo al diffondersi dell"'eresia  luterana.
La RIFORMA, evitando di inoltrarci in dotte disquisizioni dottrinali, sulla Grazia, sulla Predestinazione, sul Primato di Pietro, etc, che lasciano il tempo che trovano, ha essenzialmente sostenuto il primato della Parola su tutto e tutti senza mediatori e senza compromessi.
Questo è a mio parere, il fulcro della RIFORMA.
La Parola per eccellenza, la VERITA' RIVELATA, in altre parole le SACRE SCRITTURE rese accessibili a tutti senza autorità medianti, attraverso l'invenzione della stampa, vengono poste al centro della vita spirituale e se vogliamo anche politica della comunità.
A tutto ciò si reagisce annichilendo la Parola, privandola del suo potere logicodiscorsivo caricandola di poteri evocativi, di capacità di manipolazione psicologica, di fascinazione collettiva.
Con ciò non voglio assolutamente dire che il VexillaRegis sia stato impostato così come lo conosciamo oggi grazie a precise indicazioni od ordini provenienti dall'alto, dai Padri Conciliari. Sostengo solamente che in quel contesto storico via sia stato un humus più che favorevole all'affermazione ed al tramandarsi del Canto così come lo conosciamo oggi. Qualcosa di simile è avvenuto con le "saetas" andaluse.
Quanto accaduto con il canto è avvenuto in altri campi ad esempio l'architettura.
Il Barocco si propone e si afferma nei paesi cattolici o cattolicizzati in quegli anni.
E cos'è in fondo il Barocco se non l'affermazione intransigente della diversità esistente tra la chiesa romana e le chiese riformate.
Il Barocco è apodittico, esprime certezza, annulla il dubbio e rivela ancor di più la profonda diversità inconciliabile fra le due concezioni.
Confrontate se volete le nostre stupende chiese barocche con le austere cappelle protestanti edificate nello stesso periodo.
Il Barocco cattura l'occhio , lo penetra lo ammalia lo rende incapace di guardare altro. Tutto si esaurisce nell'esperienza visiva totalizzante, lo stimolo sensoriale non è propedeutico alla riflessione.
La nenia cantilenante ipnotica penetra l'orecchio e ci coinvolge in una esperienza sensoriale totalizzante.
L'ascoltatore è teso, affascinato, impaziente di ascoltare i "pedi " successivi.
Osservando ormai da anni, dalla mia posizione privilegiata di cantore, le reazioni del pubblico posso dichiarare quanto diverso sia l'atteggiamento degli uditori di fronte alle due esibizioni. Partecipazione e commozione sono le reazioni frequenti soprattutto, per ovvie ragioni, nel pubblico femminile per il testo dialettale.  
Qui sarebbe importante anche introdurre e approfondire, se avessimo tempo a disposizione, il concetto pasoliniano del dialetto come linguaggio popolare, intrinsecamente eversivo, meno suscettibile o estremamente restio a trasformarsi in strumento di potere ed omologazione ad opera delle classi dominanti a differenza di quanto avviene con i linguaggi colti od ufficiali. ln questo senso il dialetto del "Venerdi di marzu" ha preservato le capacità comunicative della Parola in grado di sollecitare le riflessioni dolorose sulla Passione di Cristo.
Il Vexillaregis viene invece assorbito, ci si lascia attraversare dalla nenia non offrendo resistenza.
Nel canto dialettale il DOLORE ci parla, nella nenia risale dalle più oscure profondità dell'inconscio.
I due canti, si completano a vicenda rappresentando due modi diversi ma complementari di avvicinarsi al DIVINO: il tranquillo approdo della riflessione dolorosa ed il turbolento e vertiginoso rapimento estatico.
Concludo dicendo che quanto da me detto, anche in maniera caotica, costituisce il frutto di personali riflessioni, che non hanno assolutamente il valore di verità rivelata.
lo, semplicemente , partendo da quella chi mi è sembrata una riflessione importante, ho elaborato un mio personale contributo alla conoscenza delle tradizioni della Settimana santa della nostra città.
Mi auguro che serva per ulteriori e più approfonditi studi che ci aiutino a conoscere meglio.
ln fondo ciò che si conosce meglio ,si ama di più.

 
 
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